Nella Casa del Giardino di Pompei è stata ritrovata una cassetta in legno contenente decine di amuleti restaurati dagli esperti del Parco archeologico, conservati quasi perfettamente grazie alle particolari condizioni di seppellimento degli ambienti nella lava del Vesuvio.

Nonostante l’ipotesi più accreditata è che si tratti di oggetti che potrebbero essere appartenute alla padrona di casa, è molto probabile che non sia così, poiché la cassetta è stata rinvenuta in un ambiente di servizio lontano dalla stanza da letto e anche dall’atrio della domus dove gli archeologi hanno ritrovato gli scheletri dell’intera famiglia sterminata dalla violenza dell’eruzione mentre tentava di mettersi in salvo, dieci persone in tutto.

Inoltre, mancando gli ori che a Pompei tutte le donne amavano esibire e che non sarebbero potute mancare nel portagioie di una signora, le collane ritrovate sembrerebbero quindi raccontare un’altra storia: «Si potrebbe trattare di monili da indossare per occasioni rituali, più che per mostrarsi elegante», dichiara Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei.

Insieme agli amuleti, anche gemme ed elementi decorativi in bronzo, maiolica, osso e ambra: si tratta di piccoli oggetti e monili legati al mondo femminile, utilizzati come ornamento personale o per proteggersi dalla cattiva sorte.

Oltre a bamboline e campanelle, nella scatola spiccano dei pendenti a forma di piccoli falli, antesignani del moderno cornetto napoletano, la spiga, il teschio, gli scarabei dell’oriente, bottoni in osso o un pugno chiuso: una collezione di strani oggetti che nel mondo romano avevano a che fare con la fertilità, la seduzione, il buon esito di un parto o di un matrimonio.

Tra questi anche delle piccole figure di Arpocrate, dio del silenzio e del segreto, fratello di Horus, ritratto come un giovane fanciullo che porta un dito alle labbra, la cui effige veniva riportata all’ingresso dei templi in Egitto: l’iniziato, al suo ingresso nel tempio, doveva necessariamente passare davanti l’immagine, simboleggiando l’accettazione e l’osservanza di un periodo di totale silenzio, oltre a rappresentare anche l’accesso a verità superiori, il passaggio da uno stato ordinario al sapere sovrannaturale e che Plutarco definiva «il patrono e il precettore della umana attività di comprensione del divino, che è imperfetta, immatura e inarticolata» leggendo quindi, in quel suo gesto, l’invito alla massima prudenza durante questo momento di evoluzione spirituale.

Osanna spiega che si tratterebbe di «simboli e iconografie che sono ora in corso di studio per comprenderne significato e funzione […] straordinari perché raccontano microstorie, biografie degli abitanti della città che tentarono di sfuggire all’eruzione».

Una raccolta di piccoli oggetti in qualche modo legati alla magia che potrebbero essere stati l’armamentario di una persona, magari una schiava, dotata di particolari poteri taumaturgici e di un rapporto privilegiato con gli aspetti più magici del vivere quotidiano.

Per conoscere la verità però bisognerà aspettare ancora: gli studi sulla Casa del Giardino, la stessa nella quale è stata ritrovata l’iscrizione che ha permesso di accertare la data dell’eruzione del Vesuvio cambiandola dal 24 agosto al 24 ottobre del 79 d.C) sono ancora agli inizi.

Gli oggetti che compongono il piccolo tesoro sono appena stati ripuliti e restaurati e a breve si potrà cominciare ad esaminarli e studiarli uno per uno. Il team di specialisti del Grande Progetto Pompei sta lavorando per fare luce sulla composizione della famiglia, il primo passo per cercare di ricostruirne la storia.